1^Orange - il Cuore Oltre l'Ostacolo: Notte Crazy contro CUS Pavia
Immaginate una di quelle palestre che profumano di taraflex e ambizione, dove il riscaldamento sembra non bastare mai a scacciare il gelo dell'incertezza, finché il primo fischio non incendia l'aria. Pavia. Una città che ha visto passare nei secoli menti illuminate tra i banchi dell'Università, oggi ospita una tragedia sportiva in quattro atti, una narrazione che trascende il semplice referto elettronico.
C’è un momento preciso, nel secondo set di questa contesa, in cui la pallavolo smette di essere uno sport fatto di rotazioni e schemi e diventa pura letteratura russa. È un istante dilatato, sospeso, dove la realtà decide di andare a farsi un giro e lascia il posto all'imponderabile.
L’Eroe ferito: Il sacrificio di Padovani
Ma prima, guardate quell’uomo lì, isolato nella sua maglia di colore diverso. Si chiama Padovani. È il Libero. Nel vocabolario non scritto del volley, il libero è colui che accetta il martirio come condizione esistenziale, l'uomo che pulisce i peccati dei compagni con tuffi disperati. Ma Padovani stasera va oltre ogni logica clinica. Scende in campo con una mano offesa, un infortunio che suggerirebbe prudenza, ghiaccio e una poltrona comoda. Invece no. Lui sceglie la trincea. Riceve proiettili che viaggiano a cento chilometri orari, si tuffa sul dolore, recupera l'impossibile con un solo arto sano e una volontà d'acciaio. È la dimostrazione plastica che si può difendere anche con l'anima, quando il corpo ha smesso di collaborare da un pezzo. Ogni suo salvataggio è un grido silenzioso ai compagni: "Se resto io a sanguinare sul taraflex, non può scappare nessuno".
La Trinità del Fuoco
E poi ci sono i terminali. Quelli che devono tradurre quel dolore in punti, in speranza, in urla di gioia. C'è Ospite, che ne mette 15 con la regolarità di un metronomo impazzito, un martello che non conosce fatica. C'è Tosato, 14 sigilli, che attacca con la grazia di un ballerino di fila e la spietatezza di un sicario di quart'ordine. E infine Chitoni, 13 punti, l’uomo che non trema mai quando la palla scotta. In tre producono 42 punti. Quarantadue. In una serata normale, in una narrazione lineare, staremmo parlando di un trionfo celebrato con le bollicine. Ma questa, signori, non è una serata normale.
L’Odissea del Secondo Set: 32 a 30
Guardate la progressione di quel secondo parziale. È un’ascesa al Monte Everest, senza ossigeno. CUS Pavia parte forte, 7-3. Rozzano barcolla, accusa il colpo, ma ha il mento duro dei pugili di periferia, 11-8. Poi l’aggancio, quel 14-14 che sa di riscossa. E qui, signori, la magia: il Crazy Volley mette la freccia e sembra sparire all'orizzonte. 16-20. Poi 19-23. Quattro palle set. Quattro momenti in cui il destino è lì, nudo, pronto per essere afferrato. Ma il destino è un vecchio cinico che fuma sigari scadenti. CUS Pavia risale con la forza dei disperati, le tigri del Crazy si irrigidiscono nel momento del killer instinct. Arriviamo al 24-24. Comincia una "overtime" dello spirito, un corpo a corpo che si trascina fino all'assurdo, fino al 32-30. Trentadue a trenta. Un parziale che svuota i polmoni, prosciuga le ghiandole surrenali e spezza il ritmo del cuore. È un colpo basso che manderebbe al tappeto un titano.
La Reazione, il Crepuscolo e l'Oltre
Eppure, la bellezza di questa squadra risiede nella capacità di non morire mai del tutto. Qualunque altra formazione sarebbe rimasta negli spogliatoi a meditare sul "cosa sarebbe successo se". Ma i ragazzi Orange hanno un orgoglio che non si compra al mercato. Nel terzo set rientrano in campo con una ferocia agonistica che toglie il fiato a Pavia: 5-6, 10-14, fino a uno schiacciante 17-25. È il ruggito della tigre ferita che riapre la partita, urlando al mondo che CUS Pavia, per vincere, dovrà sudare ogni singola goccia di energia rimasta.
Tuttavia, il quarto set presenta un conto salatissimo. La fatica mentale di quel set infinito a 32 torna a bussare alla porta, pesante come un debito non pagato. L'equilibrio regge, con le unghie e con i denti, fino al 10-10, poi la luce si affievolisce. Pavia scappa: 18-15, 25-18. Fine delle trasmissioni. Ma non è una fine, è solo un capitolo che si chiude con troppi punti di sospensione.
Il viaggio continua. Perché nella pallavolo, come nella vita, non conta quante volte cadi sul 24 pari, ma come decidi di guardare l'avversario negli occhi quando il set successivo la palla torna a pesare come un macigno di granito.
Immaginate la scena. Un sottoscala umido a Pavia, l’aria che sa di canfora e di sogni andati a male. Il Coach Sudati è lì, appoggiato a una bacheca impolverata, con l'aria di chi ha appena perso l’ultimo treno per la nebbia e sa che dovrà farsela a piedi. Si asciuga la fronte con un fazzoletto che ha visto tempi migliori e mi guarda come se fossi un vigile che gli sta facendo la multa.
Quelli che il trentadue a trenta (Intervista a Coach Sudati)
Allora, coach Sudati. Questo secondo set a Pavia... dicono che sia durato quanto una causa civile in tribunale. Trentadue a trenta. Ma cosa vi siete detti durante i vantaggi? La ricetta della cassoeula?
"Ma guarda, a un certo punto non ci dicevamo più niente. Ci guardavamo e basta. Sul 19-23 per noi avevo già tirato fuori le chiavi della macchina, pensavo fosse finita. E invece no. Abbiamo deciso di fare i filantropi, di regalare emozioni forti al pubblico. Solo che a forza di regalare emozioni, ci siamo dimenticati di chiudere il set. Trentadue a trenta. Praticamente una maratona di New York giocata in un corridoio. Se durava altri due minuti, l'arbitro chiedeva asilo politico."
Eppure i tuoi hanno picchiato duro. Ospite ne ha messi 15, Tosato 14, Chitoni 13. Numeri che a leggerli sembrano la combinazione di una cassaforte.
"Sì, i ragazzi han tirato tutto quello che avevano, poveri cristi. Ospite ha martellato come se dovesse abbattere il muro di Berlino, e pure gli altri due non si sono risparmiati. Ma la pallavolo è una brutta bestia: puoi fare tutti i punti del mondo, ma se l'ultimo lo fanno gli altri, tu resti lì a contare le piastrelle della doccia. È la sindrome del quasi. Siamo arrivati a un millimetro dalla gloria e ci siamo ritrovati con un pugno di mosche e il mal di schiena."
Parliamo di Padovani. Il libero. Giocava con una mano sola, roba che se lo vede l’Inail ci chiude la palestra.
"Padovani è un caso clinico, te lo dico io. Ha questa mano che sembra un peperone, ma lui niente. Si tuffava su ogni pallone come se fosse l'ultima bottiglia di vino rimasta sulla terra. Se gli avessi chiesto di parare i rigori a San Siro l'avrebbe fatto. Un esempio di stoicismo che però, alla fine, serve solo a far dire alla gente: 'Però, che bravo quel ragazzo'. Ma a me servivano i punti, mica le pacche sulle spalle."
Nel terzo set però li avete scherzati. 17-25. Pareva la riscossa di Caporetto.
"Lì ci siamo ricordati che sappiamo giocare. Abbiamo giocato con la cattiveria di chi ha appena scoperto che gli hanno rigato la macchina. Pavia non ci ha capito niente. Ma il problema è il quarto set: quando spendi l'anima per arrivare a trentadue nel secondo, poi nel quarto la testa è già al bar a ordinare un bianco spruzzato. Siamo partiti pari, 10-10, poi si è spenta la luce. Come quando salta il contatore e non trovi le candele."
Adesso arriva l’AG Milano. Una partita che promette scintille o solo altri calli sulle mani?
"Io ai ragazzi l'ho detto: dimenticate Pavia, ma ricordatevi quel 19-23. Se giochiamo come sappiamo, e se Padovani non decide di rompersi anche l'altra mano, ce la giochiamo. Mal che vada, chiederemo all'arbitro di finire il set al quindici, così evitiamo di arrivare a Natale ancora in campo. Ma dubito che ci stiano."
Il Coach si gira, scuote la testa e scompare nel corridoio. Resta solo l'odore della canfora e il rumore dei suoi passi. È la pallavolo, bellezza. E tu non ci puoi fare niente.




