1^ Black: Imbattuti no, impenitenti sì! Sconfitta al PalaCrazy
C’è, in certe serate di provincia, un’atmosfera che ricorda le antiche sfide di pallacorda di Caterina de’ Medici, quando cortigiani e gentiluomini si scambiavano colpi eleganti fingendo che nulla, davvero nulla, dipendesse dal risultato. Così è andato in scena il big match tra il Crazy Volley Black e il Plesios Vimodrone, nel girone A di Prima Divisione: che detta così, pare poca cosa; ma se chiudevo gli occhi, martedì sera, quasi avrei potuto sentire il fruscio delle pagine di Bud Collins che raccontano Wimbledon sotto la pioggia.
I nostri, che la cronaca locale ama definire “Maestri Jedi” — e qui, permettetemi, viene in mente il Jedi originale, che non era affatto di George Lucas ma il giapponese Jidai, “epoca”, perché certe squadre sembrano proprio appartenere a un’epoca parallela — si presentavano con la consueta formazione: Casati in palleggio e il rientrante Cuzzola opposto; la coppia dorata Gazzola-Vaini al centro, Martinelli e Meroni a presidiare le bande, Veggian come libero custode del tempio.
Il primo set è stato l’antipasto, quello che nei pranzi di una volta si chiamava hors-d’œuvre, e che il cronista avrebbe accostato a un’insalata russa di tempi in cui la Russia era ancora Unione. Equilibrio, scambi lunghi, attacchi fragorosi come i colpi del vecchio Pancho Gonzales che terrorizzava le tribune. Crazy avanti di un soffio, Plesios che rincorre con metodo quasi svizzero. Cuzzola, per parte sua, dominava la rete con quella puntualità che certi tennisti conservano solo nei primi turni degli Slam. Si finisce ai vantaggi, naturalmente, perché le partite che meritano si dilungano come certi romanzi ottocenteschi. E la spunta il Crazy: 29-27.
Ma — e qui si potrebbe citare il buon Kipling — vincere un set non sempre significa saperlo tenere. Il secondo parziale si apre con un Plesios trasformato, come se qualcuno avesse ricordato loro che il pallone è rotondo e la rete alta ma non proibitiva. Così gli ospiti, approfittando di aggiustamenti oculati, prendono il sopravvento mentre i rozzanesi inseguono, affannati come certi doppiatori in tarda serata. Time-out, cambi, segnali di fumo: nulla basta. Set al Plesios.
Cambio campo, cambio umori. Dentro Di Loreto, fuori Meroni. Una volta il cronista avrebbe parlato di “avvicendamento di generali prima della battaglia campale”, e infatti la squadra ritrova geometrie, difese, ardimenti. Martinelli si accende come un improvviso sole californiano: set combattuto, sudato, conquistato 28-26. Il Crazy sente il profumo dell’impresa.
Il quarto set, purtroppo, comincia come certe giornate di primavera che promettono sole e regalano pioggia. Dentro Gallo per un Cuzzola stanco, e subito una rilassatezza diffusa, simile a quella che prese Boris Becker in un quarto di finale che non avrebbe mai dovuto perdere. Il Plesios, maturo ed esperto, ringrazia: scappa, gestisce, conduce. Coach Marca tenta ogni possibile mossa scacchistica — rientra Meroni, entra Colombo, si alternano i liberi Veggian e Lorusso — ma il destino si è già prenotato un tie-break.
Il quinto set, come noto, è un terno al lotto. Anzi, direbbe lo scriba, una “lotteria serale con estrazione immediata e rimpianti dilatati”. Partono meglio gli ospiti, 5-8 al cambio campo. Il Crazy, però, reagisce con quell’orgoglio che appartiene a chi sa di giocare per qualcosa di più che una classifica: sorpasso 11-10, un lampo, un canto breve. Poi il controcanto: Plesios chiude 11-15, con garbo ma senza restituire nulla.
Una sconfitta che punge, certo, ma come certe sconfitte belle, che lasciano addosso la sensazione di aver partecipato a una partita degna di essere raccontata — magari, chissà, da un vecchio cronista con la penna piena di aneddoti e la memoria piena di Wimbledon, di palazzetti, di campi dimenticati.
Martedì prossimo ci sarà il Kolbe, campo complicato, avversario ruvido. Un’altra battaglia per cuori forti e cronisti romantici.




